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| | 18/06/2010 - Romeo Varagnolo: dagli altari alla radio, le grandi sfide di un triestino Ci sono personaggi che in Australia hanno scritto la storia dell’associazionismo giuliano, facendo leva sul senso d’appartenenza, sul richiamo delle radici, mettendo a disposizione della comunità spirito e fantasia nella migliore delle tradizioni che contraddistinguono i giuliano-dalmati. Lunga la lista di queste persone impegnate ed attente, qualcuna con un guizzo in più, un atteggiamento di sfida nei confronti della vita. Ne parliamo, durante il recente soggiorno a Trieste, con Romeo Varagnolo che tante cariche ha ricoperto nella zona di Sydney ma anche nella Federazione in quell’associazionismo che ha contribuito a creare ed a mantenere vivo nel tempo, iniziando dall’Associazione Trieste nel 1958. Ma l’oggetto del suo entusiasmo rimane comunque l’ultimo progetto al quale sta lavorando. “Si tratta di una collaborazione con il prof. Gianfranco Cresciani – rivela con un certo pudore – che sta scrivendo un libro sulla storia dell’immigrazione triestina in Australia. Gli serviva qualcuno che raccogliesse testimonianze e facesse delle ricerche sul campo ed io non mi sono sottratto al fascino di questa operazione: indagare le motivazione che hanno convinto queste persone all’espatrio, le loro sensazioni all’arrivo in Australia, il lavoro, la ricerca di una casa, lo studio della lingua inglese e poi l’istruzione di figli e nipoti, tante storie simili alla mia eppure ognuna con degli aspetti singolari ed unici”. Com’è stato il suo arrivo in Australia? “Negli anni Cinquanta ero impiegato nel genio militare Britannico di Villa Necker in Via dell’Università a Trieste, per due anni e mezzo ho fatto l’interprete tecnico, cioè traducevo dall’inglese all’italiano i progetti legati alle costruzioni edili. Dopo i fatti del ’54, la mancanza di lavoro mi convinse di cercare altrove fortuna e così nel 1955 con la motonave PaoloToscanelli arrivai in Australia. Parlavo bene l’inglese e come disegnatore edile mi sentivo sicuro”. Lei aveva fatto le scuole tecniche? “Sì, prima l’Istituto Nautico, poi i miei genitori avevano voluto che passassi al Volta nella sezione periti meccanici, che a dire il vero non mi piaceva per niente così ho sviluppato ulteriormente il mio interesse primario, scegliendo un ramo più adatto alle mie capacità. Mi piace il disegno, mi piace dipingere. Così in Australia sono riuscito ad entrare in una ditta, la Melocco Bros., che mi ha affidato la progettazione degli altari per chiese e cattedrali. Mi occupavo dell’applicazione dei marmi negli interni secondo i miei disegni ma seguivo nello stesso tempo anche la messa in opera. A dire il vero il mio primo lavoro è legato ad un equivoco. Al mio arrivo la Commissione australiana mi aveva offerto un lavoro di advetising che secondo me richiedeva di presentarsi in vestito e cravatta, trattandosi di pubblicità, e invece scoprii che si trattava di affiggere manifesti nelle stazioni dei treni. Più tardi ho fondato una mia ditta di restauri vari”. Com’erano i contatti sociali in quegli anni, voi ragazzi scapoli dove trascorrevate il vostro tempo libero? “Si frequentavano soprattutto le sale da ballo, a Sidney ce n’erano tante e molto grandi e in una di queste sale un bel giorno incontrai una ragazza bionda con gli occhi verdi, la invitai a ballare e parlando venni a scoprire che era di Trieste. Grande fu la mia meraviglia, l’avevo scelta fra tante. Poi la persi di vista ma un giorno a casa di amici la incontrai nuovamente e l’anno dopo, nel 1958, ci sposammo”. Da quali necessità nacque l’idea di creare un’associazione? “I triestini a Sydney in quegli anni erano tanti ma inghiottiti da una grande città che allora già contava 900.000 abitanti. L’occasione di conoscerci era veramente remota, bisognava attivare degli strumenti adatti a ristabilire i legami con una comune realtà, Trieste. Abbiamo cominciato con la pubblicità sui giornali italiani, come La Fiamma, il quotidiano di Sydney. Poi mi diedi da fare con i manifesti che pubblicizzavano i nostri balli, affissi nei caffè e nei bar frequentati dalla nostra gente. Nel 1961 abbiamo fondato l’Associazione Trieste e il mio compito era chiaramente quello delle pubbliche relazioni oltre ad altre mansioni legate al buon funzionamento dei nostri incontri e alla contabilità in lingua inglese visto che lo parlavo meglio degli altri”. L’associazione nasce non solo per il desiderio di stare assieme ma anche per risolvere le problematiche di lavoro… “Esattamente, tra i miei incarichi c’era anche quello di contattare i soci per aiutarli a trovare un posto di lavoro, senza mai trascurare la dimensione culturale della nostra presenza con la realizzazione di commedie e sceneggiature per la radio locale sponsorizzata dal Governo australiano. Si chiamava “2EA” oggi SBS, la responsabile era Livia Bosi originaria di Zara, arrivata giovanissima in Australia, la numero uno della radio italiana, che ci ha lasciati prematuramente. Attualmente ci sono due radio, la SBS che ha preso il posto della 2EA e che trasmette gratuitamente ogni giorno in lingua italiana notizie ed avvenimenti anche dei circoli italiani. Mentre la RETE ITALIA che è legata al giornale LA FIAMMA di Sidney e al GLOBO di Melbourne non tratta le nostre cose, non parla di noi”. Ma è lei l’autore degli originali radiofonici? “Sono la mia passione. Disponiamo anche di una sezione filodrammatica che mette in scena commedie inviate da Trieste, alcune anche inedite. Altri lavori sono opera mia. L’ultima creazione andata in onda s’intitola UNA VILLA A LIGHTNING RIDGE; cinque puntate per la durata complessiva di due ore e mezza, presentata in occasione del raduno dei giovani in Australia. Per l'opera “la Scorciatoia”, invece sono stato premiato a Trieste dai Giuliani nel Mondo nell’ambito del Concorso organizzato da Altamarea e la stessa, voluta da Lilla Cepak anche sulle frequenze di Rai regionale del FVG, è stata messa in scena con gli attori locali”. Oltre alla cultura anche lo sport è stato un elemento fortemente aggregante? “L’Associazione Trieste ha partecipato insieme agli australiani a diverse attività sportive come nuoto, pallacanestro e calcio, grazie all’entusiasmo di Libero Mogorovich che è stato uno dei presidenti dell’associazione, mancato qualche tempo fa. Il fondatore e primo presidente dell’Associazione Trieste è stato Enrico Carli mentre Mogorovich ha rivestito contemporaneamente la funzione di presidente dell’associazione e dello sport. Dal 1970 e fino al 1975 molti nostri soci sono rientrati a Trieste”. Cosa era successo in quel periodo, perché proprio in quegli anni? “Il momento giusto per poter inserire i figli nel sistema scolastico italiano. Ma per molti è stata solo una prova, una parentesi prima di un nuovo ritorno in Australia. L’ho fatto anch’io: sono stato sei mesi a Trieste dove mio figlio ha frequentato la Scuola Internazionale di Opicina e non è stata una delusione, rientrati in Australia, era uno dei primi della classe”. Come si chiama suo figlio? “Bruce ed è ingegnere civile”. Come considera oggi suo figlio quell’esperienza triestina? “E’ un uomo che ha un rapporto chiaro con le proprie radici, non sono delle sensazioni o il frutto di nostri racconti ma una sua esperienza personale diretta. Ricorda anche le difficoltà incontrate nell’inserimento ma dopo quella parentesi a chi gli chiedeva chi fosse era in grado di rispondere con serenità, senza tentennamenti. Dov’è Trieste, ci sono i bus, avete la luce elettrica? Cosa fa la gente di Trieste, perché siete venuti in Australia? Se un bambino non ha delle risposte precise succede che aggiri l’ostacolo e non ne voglia sapere dell’Italia. Da qui l’importanza di sviluppare attività specifiche in questo campo. Così come si sta facendo per dare ai nostri giovani la sensazione di poter contare su questa loro appartenenza”. Quali insegnamenti traggono da esperienze come lo Stage giovani dell’Associazione Giuliani nel Mondo? “Capiscono che le loro qualifiche sono uguali a quelle italiane. Lo dico perché spesso si fa strada la convinzione che in Italia tutto sia migliore, persiste un certo senso di inferiorità che non ha ragione d’essere. E questo fa un gran bene ai ragazzi. Sviluppano per tanto maggiore sicurezza nell’allacciare un rapporto importante con il FVG che diventa anche meta, più tardi, dei loro impegni lavorativi in un confronto a livello professionale che diventa un veicolo importante, dal punto di vista economico”. Ma questi giovani son inseriti nell’associazionismo, partecipano alle vostre attività? “Diciamo che funziona il collante culturale, se si organizzano conferenze, mostra, incontri con personaggi provenienti dall’Italia, allora i giovani riempiono le sale. Nelle altre attività tendiamo ad imporre ai giovani i nostri schemi, i nostri balli, le feste, le vecchie canzoni,i cori, senza per altro dare un senso compiuto a questi momenti. Prova ne sia che quando abbiamo presentato il folklore di Trieste, addentrandoci nella storia delle pancogole , delle venderigole, spiegando l’organizzazione della città, il suo funzionamento nei vari settori della vita sociale i giovani si sono lasciati coinvolgere e sono diventati protagonisti”. La risposta quale è stata? “Abbiamo raggiunto le 300 presenze di gente arrivata dai vari circoli, con tanti giovani. Le donne si sono vestite con i costumi regionali, insomma, un grande successo”. Che rapporto avete con le associazioni delle altre città in Australia? “Ogni due anni si svolge una riunione della Federazione e viene eletto il Presidente a rotazione tra Melbourne, Sydney, Adelaide, oltre a ciò si organizzano dei momenti d’incontro che ci vedono tutti coinvolti, è un gran momento. Il Presidente viene convocato dall’Ambasciatore e dalle autorità locali in occasione del 10 Febbraio”. E’ cambiato l’atteggiamento nei vostri confronti dopo che il Giorno del Ricordo è diventato Legge? “Si avverte indubbiamente un maggiore interesse da parte delle amministrazioni locali nei nostri confronti. Quando il fatto delle foibe è balzato sui quotidiano in Italia, ha raggiunto immediatamente l’Australia ed i consoli nei loro discorsi hanno cominciato a parlare di noi e della storia dal 1947 al 1954 che ci riguarda. Anche noi, abbiamo iniziato a far sentire le nostre vicende: avevo 13 anni quando è finita la guerra, sono del ’32, ricordo molto bene quei momenti. Facevo parte del gruppo alpinisti Montasio e stavamo scalando in Val Rosandra. Pella aveva schierato le truppe italiane lungo il confine perché Tito aveva dichiarato la sua volontà di annettersi Trieste. Ci hanno presi, a noi ragazzini, e ci hanno portati a Capodistria perché nella scalata, secondo le milizie avevamo superato il confine. Ci sequestrarono tutto con l’accusa di essere delle spie: momenti brutti”. Nei primi anni in Australia, Trieste sembrava lontanissima e adesso? “I primi anni erano talmente intensi con tanti e tali problemi da risolvere che il pensiero di Trieste era qualcosa di lontano, anche per il fatto che dopo tanta indigenza nei momenti della guerra il guadagno immediato in Australia non era un miraggio ma la realtà e provocava una certa euforia. E c’era un continente da scoprire: ogni fine settimana, noi giovani, partivamo in macchina alla scoperta di questo mondo. Dormivamo nelle tende su spiagge da sogno. La nostalgia è arrivata dopo con un desiderio di recuperare il tempo perduto. Così a 59 anni mi sono messo in testa di ritornare in montagna, in Australia. Avevo incontrato un amico a Canberra che insegnava a praticare le salite su ghiaccio e roccia e mi sono lasciato trascinare. Così sono partito per la Nuova Zelanda, per scalare il mio primo ghiacciaio e realizzare il sogno di una vita”. E com’è stata questa esperienza, appagante, unica? “E’ come andare in bicicletta, una volta imparato non si scorda più. Appagante certamente, ma non unica perché poi ho deciso di provare la sensazione di scendere col paracadute da 4.000 metri, di cui 3.000 metri in caduta libera e 1.000 metri col paracadute aperto. Si prova una sensazione strana, d’inversione, nel senso che ti sembra che la terra ti venga incontro e non viceversa, l’ho fatto a 71 anni assieme a mio figlio e alla sua compagna, mentre mia moglie era a terra che mi aspettava con una bottiglia di spumante, non so per quale motivo volesse festeggiare… Ed infine con mio figlio ho scalato il ponte di Sidney, dalla curva fino alla cima, ed avevo 75 anni, l’età del ponte che è stato costruito nel ‘32”. Lo racconta ridendo, divertito della nostra meraviglia, forse lusingato dai complimenti. Ma come fa a mantenersi in forma? “Cammino, vado sui campi da golf a raccogliere le palline che si sono perse e come loro mi perdo a mia volta nei boschi, fermandomi ogni tanto a disegnare o ad immaginare i soggetti delle mie commedie. Come l’ultima realizzata: al limitare del bosco mi sono imbattuto in una comunità di indigeni che scavano il terreno alla ricerca degli opali, ed è stata un’ispirazione”. Anche la vostra Comunità parteciperà a settembre a Trieste ai festeggiamenti per il 40.esimo dell’Associazione Giuliani nel Mondo, che cosa segna per voi questa ricorrenza? “Segna decenni di contatti e rapporti stretti che ci hanno permesso di sentire vicina la nostra regione e continuare a far parte di uno spazio comune. Mi piace ricordare che alcuni amici rientrati dall’Australia in Italia sono entrati nell’Associazione-madre proprio per il legame profondo che con questa avevano sempre mantenuto. I giuliani nel mondo assistono i circoli e le associazioni a sviluppare dei programmi dedicati non solo agli anziani ma anche ai giovani, con conferenze, stages e negli ultimi anni con il programma Origini al MIB di Trieste che è il primo programma all’estero in lingua inglese. Parecchi ragazzi vi hanno partecipato con buona volontà e con buoni risultati. Per avvicinare i giovani alla nostra realtà, sul Bollettino giuliano, il nostro giornale, ho scritto la storia di Trieste in inglese in cinque puntate, ad iniziare dalle grotte e dai castellieri fino ai tempi della prima Guerra Mondiale, poi mi sono fermato per non farmi condizionare dalla politica. Nella nostra Associazione sventolano la bandiera australiana e triestina, simboli riconosciuti della nostra vicenda”.
Rosanna Turcinovich Giuricin
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